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February 28, 2006

NUCLEARE: A MOSCA RIPRENDONO LE TRATTATIVE IRAN-RUSSIA

Roma, 28 feb. – (Aki) – Riprendono oggi a Mosca le trattative tra la delegazione iraniana e quella russa sulla possibilità di procedere in Russia all’arricchimento dell’uranio necessario agli impianti nucleari della Repubblica Islamica. Teheran domenica aveva annunciato di aver raggiunto ‘’un accordo di massima’’ con la Russia, anche se ‘’i dettagli rimanevano da chiarire’‘. Ieri sera, il Ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, ha sottolineato che ‘‘la sospensione di ogni forma di arricchimento dell’uranio, anche a scopo sperimentale, era la condizione previa per ogni forma di collaborazione tra i due paesi’‘. Da parte sua Manouchehr Mottaki, il Ministro degli Esteri iraniano, attualmente in visita a Tokio, aveva ribadito che l’Iran ‘’non ha alcuna intenzione di rinunciare all’arricchimento dell’uranio sul proprio territorio’‘. Per trovare un accordo i due paesi hanno tempo fino al 6 marzo, giorno in cui si riunirà il Consiglio dei Governatori dell’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), che dovra’ decidere l’eventuale deferimento dell’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Ali Hosseini Tash, il diplomatico iraniano che guida la delegazione nelle trattative con la Russia, prima di lasciare Teheran, ha tenuto ieri una conferenza ad Isfahan, in cui ha definito il programma nucleare della Repubblica Islamica ‘’una vicenda legata alla sicurezza del paese’‘. ‘’Ogni trattativa sui nostri piani nucleari deve vertere sul fatto che l’Iran si trova al centro del progetto americano di sovvertire l’attuale ordine internazionale e che questo progetto, secondo i suoi autori, deve partire dal Medio Oriente’‘. ‘’Il Medio Oriente – ha aggiunto Hosseini Tash – è nel mirino degli americani da quando nel 1979 con la rivoluzione islamica, la regione ha cambiato direzione di marcia ed ha messo in discussione l’allora sistema bipolare’‘.
Per il diplomatico iraniano ‘’tutto è stato preparato per facilitare il rinvio del dossier nucleare della Repubblica Islamica al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite’‘. ‘’Il prossimo 6 marzo molto probabilmente il Consiglio dei Governatori dell’Aiea deciderà di rinviare l’Iran al Consiglio di Sicurezza, e certamente questa decisione peserà sul nostro paese, ma deve essere chiaro che anche l’Europa e la Cina soffriranno le conseguenze di questo rinvio e saranno costretti a pagare un prezzo molto alto’‘. Hosseini Tash ha concluso dicendo ‘’anche se oggi trattative dirette con Washington non sono all’ordine del giorno, la Repubblica Islamica è disposta a parlare con chiunque dei suoi piani nucleari, fatta eccezione per Israele’‘.

‘’una vicenda legata alla sicurezza del paese’’ così Ali Hosseini Tash definisce il nocciolo della questione nucleare iraniana. Dunque per stessa ammissione dei dirigenti iraniani, la questione nucleare del regime teocratico persiano non è relativa agli approvvigionamenti energetici. E’ chiarissimo che il fine è la bomba: in questo modo il governo iraniano intende costruire un argine contro qualisiasi tentativo o tentazione occidentale e orientale di intervenire direttamente i territorio iraniano per tentare la destabilizzazione del regime. Letta così, con l’aiuto degli stessi governanti, la questone nucleare iraniana aumenta la sua rilevanza, colorandosi di connottati chiaramente che chiamano a raccolta tutto coloro che hanno a cuore un futuro democratico e libero dall’orrore del presente regime per la Persia. Bisogna smettere di giustificare l’atteggiamento iraniano con la circostanza che tutti i paesi limitrofi hanno la bomba. L’equilibrio che il regime intende colpire con la sua politica di riarmo non è infatti quello regionale, o lo è solo in misura molto marginale. Il vero destinatario del segnale lanciato dal regime è l’occidente, l’europa, gli stati uniti e israele, che pressano sull’Iran, e accentuano il nervosismo cui il regime è costretto dalle opposizioni interne.

IRAN: FONTI UFFICIALI SMENTISCONO VITTIME IN ESPLOSIONI AL SUD

Teheran, 27 feb. – (Aki) - Le autorità iraniane hanno smentito la notizia – diffusa da alcune agenzie arabe – di vittime nelle due esplosioni avvenute nelle città di Abadan e Dezful, nel sud del paese. Secondo la versione fornita dal vice governatore di Abadan, Farahzad verso le 10, ora locale (7,30 in Italia), in contemporanea due bombe carta sono esplose nelle sedi dei governi regionali di Abadan e Dezful. Entrambi gli ordigni erano sistemati nei bagni ed hanno provocato – secondo le fonti iraniane – solo alcuni feriti (due ad Abadan, quattro a Dezful).
L’esplosione delle bombe nelle due città abitate prevalentemente dalla minoranza araba, giunge in contemporanea con il viaggio in Kuwait del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Dall’aprile scorso le regioni meridionali del paese, abitate dalla minoranza araba, sono lo scenario di attentati, rivolte e manifestazioni violente. La situazione è precipitata anche nel Kurdistan, nel Beluchistan e nell’Azerbaijan iraniano, tutte regioni abitate da minoranze che chiedono una maggiore autonomia. Nei primi mesi della sua presidenza, Ahmadinejad ha compiuto diversi viaggi in queste regioni, soprattutto nelle zone popolate dalla minoranza araba, che – anziche’ calmare gli animi – sembrano aver fatto salire la tensione.
L’attentato odierno ad Abadan potrebbe essere anche legato alla chiusura di una rivista locale, avvenuta sabato scorso, dopo la pubblicazione in Italia su ‘La Repubblica’, di un’intervista al suo direttore Mohammad Hezbaizadeh in cui questi esprimeva dure critiche al governo. La rivista Hamsayeha (‘’I vicini’‘) è stata chiusa per ordine della magistratura: nell’intervista il direttore aveva tra l’altro accusato il governo di Teheran di militarizzare a ritmi serrati le regioni meridionali del paese che confinano con l’Iraq. Hezbaizadeh aveva accusato il nuovo governo Ahmadinejad di ridurre sempre di più i margini della libertà di stampa e di bollare qualsiasi forma di dissenso come collaborazione con potenze straniere.

February 27, 2006

L’Ue concede fondi ai palestinesi nonostante Hamas al governo

 
BRUXELLES (Reuters), 27-02-06 - L’Unione europea ha concesso oggi ai palestinesi un aiuto a breve termine per contribuire ad allontanare la prospettiva di un collasso finanziario imminente, nonostante la nomina di un capo del gruppo militante Hamas come primo ministro.
Il blocco di 25 Paesi si è però assicurato che gran parte dei 120 milioni di euro non finissero nelle mani dell’Autorità palestinese, aumentando le pressioni su Hamas affinché renda più moderate le proprie politiche, al momento ancora radicalizzate, quando si assumerà responsabilità governative. "Ho annunciato oggi un pacchetto di aiuti sostanziali per andare incontro alle esigenze primarie", ha detto il commissario alle relazioni esterne dell’Ue Benita Ferrero-Waldner dopo che i ministri degli esteri europei hanno discusso come rispondere alla formazione di un governo da parte di Hamas, che non riconosce il diritto di Israele a esistere e abbraccia la lotta armata.
Il pacchetto comprende 40 milioni di euro per pagare le bollette energetiche e 64 milioni di euro che verranno concessi attraverso l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) . Ma solo 17,5 milioni di euro andranno all’Autorità palestinese per il pagamento dei salari.
L’annuncio dei fondi arriva in un momento di intenso dibattito tra le grandi potenze su come reagire alla vittoria elettorale di Hamas.
L’inviato internazionale James Wolfensohn ha detto, in una lettera non ufficiale visionata da Reuters, che senza i fondi di emergenza l’Autorità palestinese rischia un collasso finanziario entro due settimane, ora che Israele ha tagliato i trasferimento delle imposte.
L’Ue è il maggior donatore dei palestinesi ma dopo l’ascesa di Hamas si sono cominciati a intravedere dubbi sui finanziamenti dell’Unione, perché il gruppo palestinese è considerato un’organizzazione terroristica dal blocco dei 25 Paesi.
Il ministro degli Esteri francese Philippe Douste-Blazy ha detto che è vitale continuare ad aiutare i palestinesi. "Non c’è niente di peggio che non concedere gli aiuti", ha dichiarato in conferenza stampa. "Ci sarebbe caos sociale, economico e … relativo alla sicurezza. Dobbiamo incoraggiare Hamas a evolversi".
Il suo omologo tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha smentito la tesi secondo la quale continuando a concedere aiuti finanziari si darebbe mano libera all’Autorità palestinese.
"Anzi, al contrario. Questo è un segnale che stiamo sostenendo l’Autorità autonoma e il presidente ma qualsiasi altra cosa dipende dai criteri", ha detto, riferendosi ai tre criteri stabiliti dai mediatori internazionali, ovvero la rinuncia alla violenza, il riconoscimento di Israele e l’approvazione degli accordi già raggiunti tra i palestinesi e Israele.
 
Sembra, e sottolineo sembra, che l’Europa di Monaco, quella che non lotta, non si oppone, non si indigna, ma si inchina, concede e poi muore, c’è ancora, è lì a coccolare la sua immensa macchina leviatana, protezionista e costosissima.
Vorrei sapere quali siano e quali saranno gli strumenti che i contribuenti europei potranno utilizzare per verificare che i loro soldi dati al gruppo terroristico e assassino di Hamas non siano andati "in fumo", esplosi dentro un pulman israeliano e dopo avere dilaniato le carni di altri ragazzi, uomini e donne dello Stato di Israele. Come faremo a sapere che quei 120 milioni di euro siano stati effettivamente spesi per pagare stipendi e bollette e non invece per costruire bombe, esplosivi o per tentare l’annientamento di una storia, un popolo, una civiltà che è anche la mia.
Io non lo so come potremo verificare come i nostri soldi sono stati usati, e neppure so se potremo farlo, noi europei. I precedenti mi raccontano storie poco edificanti e nulla oggi mi porta a pensare che le cose per il futuro cambieranno.

La Russia tratterà con Hamas

(ANSA)-MOSCA, 27 FEB- La Russia trattera’ con Hamas sulla base delle posizioni concordate con il ‘quartetto’ internazionale di mediazione (Russia, Usa, Ue e Onu). Lo ha detto il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov commentando la visita, attesa per venerdi’, di una delegazione di Hamas a Mosca, la prima all’estero. Basi per il negoziato, secondo Mosca, restano il riconoscimento dello stato di Israele, la rinuncia alla violenza, il rispetto degli accordi finora raggiunti fra le parti.

Teheran annuncia l’accordo con i russi

da La Stampa.it del 26/2/2006
di Emanuele Novazio

Teheran annuncia un «accordo di massima» con Mosca sull’arricchimento dell’uranio in territorio russo, condizione ritenuta indispensabile dalla comunità internazionale per tenere sotto controllo i possibili sviluppi militari del programma atomico iraniano. Ma il contenzioso sul dossier nucleare della Repubblica islamica non è arrivato a soluzione: resta irrisolto, secondo fonti del Cremlino, il nodo dell’arricchimento in territorio iraniano, che Teheran continua a rivendicare e Mosca (con il sostegno di Stati Uniti ed Europa) ad escludere. Le trattative fra i due Paesi riprenderanno «nei prossimi giorni» in Russia, anticipa il negoziatore iraniano Gholam Reza Aghazadeh senza meglio precisare. Non è chiaro dunque se un accordo potrà essere trovato prima della riunione dell’Agenzia atomica dell’Onu, l’Aiea, in programma il 6 marzo a Vienna. Non è chiaro neppure se l’Iran intende davvero raggiungere un’intesa che eviterebbe il deferimento al Consiglio di sicurezza (per il momento l’Agenzia si è limitata a trasmettere il dossier, invitando Teheran a fornire «tutte le rassicurazioni richieste» sulla natura civile delle ricerche nucleari in corso), o se intenda proseguire nella tattica sperimentata finora con successo: piccole concessioni, aperture poi smentite per ottenere nuovi rinvii e proseguire nella ricerca.
Aghazadeh e il suo collega russo Kirienko non hanno fornito dettagli sull’«accordo di massima». Secondo il negoziatore iraniano resterebbero soltanto «alcune questioni politiche da prendere in considerazione», ma fonti di Mosca insistono: l’offerta sull’arricchimento è vincolata alla «ripresa iraniana della moratoria sul proprio territorio»: «La creazione di un programma congiunto», conferma il negoziatore del Cremlino, «è soltanto «uno degli elementi nel complesso delle questioni relative al programma nucleare iraniano».
Uscita di scena l’Europa – che per tre anni ha trattato senza successo con Teheran attraverso la troika costituita da Germania, Francia e Gran Bretagna – la Russia rappresenta l’ultima possibilità negoziale prima di un intervento del Consiglio di sicurezza che ha l’autorità (non è detto che abbia anche la volontà) di imporre sanzioni. Mosca conosce bene l’Iran, con il quale ha rapporti molto solidi in campo energetico: il Cremlino deve fornire tra l’altro l’uranio arricchito per il funzionamento della centrale di Busher, costruita con tecnologia russa. In base a un accordo firmato l’anno scorso la Repubblica islamica dovrà poi restituirlo, anche in questo caso «a fini di garanzia». Ma proprio ieri il governo di Teheran ha annunciato un ulteriore ritardo nell’ entrata in funzione dell’impianto, prevista per la fine dell’anno: dietro i «motivi tecnici» indicati come spiegazione del rinvio ci sono le pressioni russe?
In realtà l’intransigenza iraniana potrebbe ottenere presto un primo importante risultato. Fonti vicine al direttore generale dell’Aiea, El Baradei, lasciano intendere che l’Agenzia starebbe studiando «la possibilità di consentire un progetto pilota per l’arricchimento su piccola scala nella centrale di Natanz»: una concessione che Teheran considera «il primo passo verso l’accettazione dell’arricchimento dell’uranio nel Paese». Come risponderebbero i russi, ancora ieri fermi nel respingere la possibilità di un arricchimento in Iran? Fonti diplomatiche europee non escludono che la proposta di El Baradei abbia già ricevuto il tacito consenso del Cremlino. Ma gli americani, secondo le stesse fonti, non darebbero mai il loro consenso mentre gli europei potrebbero dividersi.
La partita è dunque complessa, e ad aumentarne le variabili contribuisce la Cina, che non nasconde il suo interesse per le forniture di petrolio di Teheran e che ha da poco inviato nella capitale iraniana una importante delegazione. «La Repubblica islamica mira al coinvolgimento diretto di Pechino accanto a Mosca nella partita nucleare», sostiene la fonte europea. Obiettivo, spezzare l’isolamento e dividere gli avversari.


La Francia aiuta i terroristi?

Parigi, 26 feb. – (Adnkronos) - Le autorita’ giudiziarie francesi hanno rimesso in liberta’ Zuhair Mohammed Al Siddiq, un ex ufficiale dell’intelligence siriana, di cui il Libano ha chiesto l’estradizione allo scopo di interrogarlo a Beirut in relazione all’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri, ucciso il 14 febbraio 2005 insieme agli agenti della scorta. Lo riferiscono fonti giudiziarie da Parigi.

February 26, 2006

"In the Russian Federation, activists trying to disseminate information about the human rights situation in the North Caucasus, as well as victims seeking justice at the European Court of Human Rights find themselves increasingly the targets of harassment and human rights abuses – several of them have even been killed."
[Amnesty International press release 5/3/2005]
 
if you want help this activists to fight for human and civil rights in Russia click here

Iran’s energy minister in Beirut

Feb 25, 2006 – Iran’s Energy Minister Parviz Fattah arrived in Beirut, Lebanon on Friday and was welcomed by his Lebanese counterpart Mohammed Fneish. The Iranian minister, during his one-day official visit to Beirut, will hold talks with Fneish on issues of mutual interest such as energy and construction of power plants in Lebanon as well as promoting economic ties between the two countries. Iran’s Fattah is scheduled to confer with Lebanese President Emile Lahoud, Prime Minister Fuad Siniora and Parliament’s speaker Nabih Berri. © Iranian.ws

Il ministro iraniano dell’energia Parviz Fattah si è recato a Beirut, lo scorso venerdì ed è stato accolto dal suo omologo libanese Mohammed Fneish. Il ministro iraniano nel suo giorno di visita ufficiale in Libano ha voluto affrontare temi quali energia e l’elaborazione di piani di sviluppo economico anche nell’ambito del rapporto bilaterale tra i due paesi.

Nagorno-Karabakh: le radici dell’odio

 GUERRA
fonte: peacereporter.net 
di Enrico Piovesana
 
Il 25 febbraio di quattordici anni fa, nel 1992, si consumò uno dei più orrendi massacri della storia recente.
Infuriava la guerra tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, enclave armena in territorio azero. Le truppe armene, appoggiate dall’armata russa, nella loro vittoriosa avanzata verso nord avevano appena conquistato l’aeroporto di Stepanakert, l’unico della regione. Il controllo militare armeno sul Nagorno-Karabakh era ormai una realtà. Rimaneva solo da conquistare una piccola cittadina abitata da azeri che dominava pericolosamente l’aeroporto. Khojali (o Xojali), questo il nome dell’ultimo bastione azero della zona, era ormai isolato dal resto dell’Azerbaijan e completamente circondato dalle forze armene. Era destinato a cadere.
Il massacro di azeri a Khojali.
Nel pomeriggio di quel 25 febbraio, l’artiglieria del 366esimo reggimento di fanteria russo iniziò a martellare il centro abitato con granate e missili. Il bombardamento durò fino a tarda sera: Khojali fu quasi rasa al suolo. Con il buio l’esercito armeno, appoggiato dai blindati russi, entrò nella città devastata, dando inizio a una vera e propria operazione di pulizia etnica. Per tutta la notte e per il giorno seguente gli armeni massacrarono chiunque trovarono in giro, saccheggiarono le case e poi le incendiarono. Nel giro di poche ore vennero uccise 613 persone, di cui 106 donne, 63 bambini e 70 anziani. Tutti gli altri, tutti quelli che non riuscirono a fuggire da quell’inferno, vennero fatti prigionieri: 1.275 persone, di cui 150 sparirono per sempre.
Il pogrom antiarmeno a Sumgait.
La data di questo massacro di azeri non fu scelta a caso dagli armeni, che decisero di vendicare così il pogrom antiarmeno subìto esattamente quattro anni prima, il 27 febbraio 1988, a Sumgait, sobborgo industriale a nord di Baku, abitato da una nutrita minoranza armena. La guerra non c’era ancora: sarebbe iniziata quel giorno. Nei giorni precedenti in Nagorno-Karabakh c’erano stati degli scontri in cui erano morti due giovani azeri. Per vendicarli, gruppi radicali di azeri-turchi istigarono la popolazione azera di Sumgait a “ripulire la città” dagli “assassini armeni”. Per due giorni, folle di azeri, al grido di “Morte agli armeni!”, distrussero e incendiarono tutti i loro negozi e girarono per il quartiere armeno alla ricerca di gente da uccidere e di donne da stuprare. Il bilancio ufficiale di questo pogrom fu di 32 morti, ma è probabile che quel giorno siano state uccise molte più persone.
Ma per gli armeni i numeri poco importavano: quell’episodio risvegliò in loro la paura del genocidio (tra il 1915 e il 1917 i turchi sterminarono almeno un milione di armeni). spingendoli a difendersi preventivamente contro il nemico. Così iniziò la guerra del Nagorno-Karabakh, che costò la vita ad almeno 30 mila persone.

L’intervento di Cina e Russia per risolvere la crisi nucleare iraniana

(25 febbraio 2006 – RV) Cina e Russia hanno inviato loro delegazioni in Iran per convincere le autorità della Repubblica islamica di fare un passo indietro sul discusso piano nucleare. E mentre ieri l’Aiea, l’agenzia Onu per l’energia atomica, ha confermato che il piano di sviluppo va avanti, Pechino e Mosca stanno tentando di scongiurare il deferimento dell’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Giuseppe d’Amato:

TERRORISMO: BUSH ACCUSA, L’IRAN LO SPONSORIZZA

(AGI/AFP) – Washington, 24 feb. - Il presidente statunitense, George W. Bush, ha accusato l’Iran di essere "lo Stato principale sponsor del terrorismo" e ha avvertito che gli Stati Uniti non consentiranno a Teheran di allestire un arsenale nucleare. "A una societa’non trasparente, che e’ lo Stato principale sponsor del terrorismo, non si puo’ consentire di possedere le armi piu’ pericolose del mondo", ha detto Bush, in un discorso in cui ha difeso la sua strategia di guerra totale al terrorismo. (AGI).
 
Resta tuttavia da comprendere quali siano nel medio e lungo periodo le strategie della Casa Bianca per combattere la teocrazia assassina iraniana: ci pare di poter escludere un ulteriore intervento militare, che sarebbe non solo insostenibile anche davanti all’opinione pubblica americana, ma pure sbagliato da un punto di vista strategico. Rimane la destabilizzazione del regime attraverso  il finanziamento delle borghesie liberali che da anni resistono alla repressione del regime. 
Tuttavia, quella di un impegno per la promozione della democrazia nel mondo rimarrà una strategia incredibile se non verrà adottata universalmente e contro tutte le realtà autoritarie che impediscono il libero sviluppo delle forze sociali economiche e politiche dei vari paesi: tutte anche quelle strumentalmente alleate alla grande superpotenza americana.

February 25, 2006

The Belarusian foreign minister will arrive in Moscow on a working visit on February 27

 
MOSCOW, February 24 (RIA Novosti) – The Belarusian foreign minister will arrive in Moscow on a working visit on February 27, a diplomat at the Belarusian Embassy in Russia said Friday.
During his visit, Sergei Martynov will meet with Russian Foreign Minister Sergei Lavrov and participate in the work of the joint collegiate of foreign ministries to coordinate bilateral activities on the international arena.
The collegiate is planning to adopt a joint action plan in the sphere of foreign policy for 2006-2007 in the framework of the Russia-Belarus Union State Treaty and the schedule of consultations between foreign ministries for this year.

Mahmud Abbas minaccia di dimettersi se Hamas non riconosce Israele

 
Ramallah, 25 feb. – (Adnkronos/Ign) – Il presidente palestinese Mahmud Abbas ha minacciato di dimettersi nel caso in cui Hamas continui a non riconoscere lo stato d’Israele. A riferirlo è stata la radio israeliana. ‘’Se non sarò in grado di compiere il mio ruolo in base alla mia visione mi dimetterò’‘, ha detto Abbas in un’intervista rilasciata all’emittente britannivca ‘ITV1’ che andrà in onda domani. Il presidente dell’Anp ha quindi invitato Israele e la comunità internazionale a non ‘’mettere all’angolo’’ Hamas, esercitando eccessive pressioni, preferendo piuttosto una linea moderata, ‘’come quella adottata dalla Russia’‘.
Abbas ha infatti sottolineato che la visita dei leader di Hamas a Mosca potrebbe aiutare il processo di normalizzazione del movimento islamico radicale. Il presidente dell’Anp ha quindi elogiato il nuovo premier Ismail Haniyeh, definendolo ‘’saggio e razionale’’ oltre che ‘’flessibile e diplomatico’‘.
Intanto è ufficiale: gli Stati Uniti non interromperanno l’invio di aiuti umanitari alla popolazione palestinese, nonostante la formazione di un governo guidato da Hamas. Ad assicurarlo è stato oggi l’inviato americano in Medio Oriente, David Welch, al termine di un incontro a Ramallah con Abbas. “Gli Stati Uniti – ha spiegato Welch – da tempo sostengono il popolo palestinese, attraverso il sostanzioso contributo dei nostri fondi di assistenza stranieri…Continueremo a dedicarci ai bisogni umanitari del popolo palestinese. E’ nostro convincimento che sia importante per la gente nei Territori vivere in sicurezza e bene economicamente”.
Domenica scorsa, come si ricorderà, il governo israeliano del premier ad interim Ehud Olmert ha deciso lo stop ai contributi all’Anp derivanti dalle entrate doganali, per un valore di circa 50 milioni di dollari al mese, definendo l’Autorità guidata da Hamas “un’entità terroristica”.

La Rice in Libano 2

(ANSA) – BEIRUT, 23 FEB - L’amministrazione Usa sostiene con tutte le sue forze gli sforzi del popolo libanese per la democrazia e la sovranita’ del paese.Lo ha detto il segretario di stato Usa Rice, con evidente riferimento alle tensioni in atto con la Siria, durante una conferenza stampa congiunta con il premier libanese, Fuad Siniora, al termine di un incontro. Sempre a Beirut si e’ svolta una riunione urgente dei massimi vertici sciiti e sunniti del Libano per scongiurare una crisi dopo i fatti dell’Iraq.

L’Iran fa progressi nell’arricchimento dell’uranio

[rainews24] – Vienna, 24 febbraio 2006
L’Iran fa progressi nell’ arricchimento dell’uranio ed ha avviato dieci centrifughe collegate tra loro "a cascata", secondo quanto hanno annunciato oggi fonti diplomatiche a Vienna, dove ha sede l’ Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea).
Un rapporto dell’Aiea sul programma nucleare di Teheran e’ atteso per la prossima settimana. Tale rapporto – ha detto un diplomatico alla France Presse – "confermera’ che l‘Iran ha messo in funzione dieci centrifughe", alimentate con un gas utilizzato per produrre uranio arricchito.  L’uranio arricchito puo’ essere usato per alimentare centrali nucleari ma anche per fabbricare la bomba atomica.

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